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Point of views

video-installazione : site specific
dimensione: ambientali
2014

La videoinstallazione, pensata appositamente per la Sinagoga di Pesaro, consiste in una serie di proiezioni distinte, ma contenenti la medesima immagine. “Point of views” coinvolge il soffitto della Sinagoga, ricco di decorazioni in basso rilievo, e la facciata centrale che sono invasi da una serie di multi-proiezioni. Queste ultime illuminano e restituiscono una nuova visione allo spazio. L’installazione mostra alcune immagini-video ottenute attraverso le riprese del luogo stesso. Il processo attivato conduce a riflettere sulla miriade di punti di vista nascosti dietro ogni elemento: particolari, dettagli, caratteristiche. Nasce così una scenografia digitale ottenuta con proiezioni simultanee che descrivono lo stesso soggetto, ma da angolazioni diverse. La visione prospettica è alterata e amplificata dalla partecipazione attiva del pubblico, il quale, grazie ad alcuni specchi che può manipolare, interviene sulle immagini stesse. Gli specchi fungono da dispositivi della vista, poiché aiutano il fruitore nella percezione dell’opera. L’oggetto, inoltre, ha una duplice funzione: catturare l’immagine e respingerla a sua volta. La proiezione subirà infinite varianti in relazione ai movimenti degli specchi, i quali devieranno le immagini dando vita a innumerevoli soluzioni e aspetti visivi.

“Point of views” è auto esplicatorio a partir dal titolo.
Testo di Davide Riboli

Si parla di punti di vista e quindi di tutto ciò che può abitare nell’abisso che esiste tra lo sguardo senza volontà e l’arte di vedere.
Non voglio parlare troppo dell’opera che è più opportuno che venga descritta dal suo autore, ma offrire un piccolo spunto di riflessione prima di entrare.
La Sinagoga è di per sé simbolo eccellente della cultura e della religione ebraica. Sia l’una che l’altra si basano sull’idea di lettera e di alfabeto.
Lo stesso nome di Dio, oggetti di infiniti computi da parte di ogni cabalista dal medioevo a oggi altro non è che una ricerca di una parola perduta.
Questo aspetto così legato alla parola detta e scritta, si scontra e si intreccia fecondamente da secoli con la tradizione classica.
A partire dai greci, ogni mitopoiesi è innanzitutto iconopoiesi, cioè un processo generativo di immagini. La nostra civiltà è senza dubbio iconopoietica, ma certo questo non ci aiuta a ritrovare quella parola smarrita di cui parlavo poc’anzi.
Che sia apparentato all’epifania, cioè alla manifestazione della lettera o dell’immagine, il significante non ha rapporto col proprio significato.
Ha ragione Lacan quando definisce il significato, un sasso in bocca al significante. I sassi, si sa, rompono vetri e specchi.
Nell’opera di Martin ci sono specchi significanti che vanno in cerca di sassi.
E c’è movimento di uno sguardo che cerca senza trovare. Cerco solo ciò che son certo di non poter trovare, diceva Machado. Questo movimento costante di uomini, occhi e specchi è un errare, nella doppia accezione del termine. Che Martin, come ogni vero artista, sa trasformare in Opera, a partire da una assenza.
Ni mas ni menos.

Sound Design Andrea Santini

Immagini